Fecondazione in vitro – una riflessione sistemica

Cosa non stiamo guardando davvero?

Questo scritto nasce da una riflessione personale e dal mio lavoro sistemico.
È curioso per me riprenderlo in mano oggi. L’ho iniziato a luglio 2025, e sono passati 9 mesi: il tempo di gestazione di un bambino.
In qualche modo, anche questo testo ha avuto il suo tempo per prendere forma.


Non è un testo medico né scientifico, e non ha lo scopo di giudicare, colpevolizzare o mettere in discussione le scelte individuali.

La fecondazione in vitro, il parto cesareo e le difficoltà nel concepimento sono esperienze spesso cariche di dolore, speranza e vulnerabilità.
Le riflessioni che seguono vogliono offrire uno sguardo simbolico e sistemico, con l’intento di invitare alla consapevolezza, all’ascolto e alla responsabilità emotiva, non di creare paura o senso di colpa.

Ogni storia è unica.
Qualunque sia il percorso che ha portato una persona a diventare (o non diventare) genitore, l’amore, la presenza e la verità hanno sempre un valore riparativo.

Leggete queste parole come un invito a fermarsi e ascoltare, non come una verità assoluta.

Qualche tempo fa ho condiviso un pensiero sulla fecondazione in vitro.
Ho ricevuto molti messaggi con richieste di approfondimento e per questo desidero offrire una riflessione più ampia, generale e non giudicante.

Amplio il discorso includendo anche il parto cesareo, perché sono due temi molto presenti nella società albanese in questo momento storico. Altri temi, come la donazione di sperma o la maternità surrogata, meritano riflessioni dedicate.

Desidero chiarire fin da subito un punto fondamentale: non sono contro la fecondazione in vitro né contro la medicina.
Credo profondamente nel valore della medicina quando è al servizio della vita. Siamo esseri complessi, fatti di più livelli, e il corpo ha bisogno di cure mediche. Ci sono situazioni in cui l’energia e la spiritualità non sono sufficienti, e il medico è essenziale.

Dal punto di vista del mio lavoro sistemico, la domanda che mi accompagna è questa:
quali vissuti interiori, emotivi e relazionali potranno emergere in questi bambini, una volta diventati adulti?

Non è una domanda per dare risposte definitive o sentenze, ma per restare in ascolto.
Per comprendere certi effetti serve tempo.

Osservo, soprattutto nel contesto albanese, una forte pressione legata alla genitorialità.
Molte donne sentono un intenso desiderio di maternità, spesso intrecciato con l’età che avanza, le aspettative familiari, una cultura che associa il senso della vita al diventare genitori.

Frasi come “così non resterai sola” o “un figlio ti aiuterà da grande” possono trasformare un desiderio naturale in un’urgenza carica di paura.

A volte il figlio viene inconsciamente vissuto come una risposta a un vuoto, una soluzione a una relazione fragile, una speranza di guarigione di ferite non ancora elaborate, una compensazione.

Questo può accadere quando uno dei due genitori non è emotivamente pronto, ma non riesce a dirlo, oppure quando si spera che un figlio possa “aggiustare” una relazione o dare un senso più profondo alla propria vita.
A volte, nella realtà quotidiana, queste dinamiche prendono forme molto concrete.

Per esempio:

  • donne che scelgono di avere un figlio all’interno di relazioni instabili o dolorose con partner violenti o irrispettosi, nella speranza (spesso inconscia) che la nascita possa portare amore, stabilità o guarigione;
  • uomini che diventano padri senza sentirsi davvero pronti, entrando in questo ruolo più per pressione o dinamiche relazionali che per una scelta pienamente consapevole;
  • relazioni in cui uno dei due partner viene inconsciamente visto più come “mezzo” per avere un figlio che come persona con cui costruire un legame;
  • situazioni in cui il figlio porta fin da subito un carico emotivo importante, legato a bisogni non espressi o ferite non elaborate dei genitori.

Non lo scrivo per accusare, ma per portare attenzione al peso invisibile che un bambino può sentire ancora prima di nascere.

Dal punto di vista sistemico, l’elemento centrale è l’intento.
Quando diventiamo genitori mossi principalmente da paura, urgenza, pressione sociale o bisogno di controllo, l’energia che accompagna la nascita è diversa rispetto a quando è sostenuta da amore, presenza e responsabilità.

Questo vale anche per il parto cesareo.
Ci sono situazioni in cui è indispensabile e salva la vita, ed è allora una scelta profondamente al servizio della vita.
In altri casi, quando è guidato soprattutto dalla paura del dolore o del cambiamento del corpo, può essere utile fermarsi ad ascoltare cosa c’è sotto quella scelta.

Secondo una lettura sistemica e simbolica (non medica), il bambino entra in relazione con il mondo già dal concepimento.

L’esperienza della fecondazione assistita, la presenza di più embrioni, la selezione, possono lasciare tracce a livello inconscio. Questo non significa danni irreversibili, ma informazioni che possono essere integrate nel tempo attraverso relazione, presenza, verità e amore.

In questo contesto si parla anche dei cosiddetti “gemelli scomparsi” (l’esperienza di essere stati inizialmente in relazione con altri embrioni), un tema delicato e complesso che merita uno spazio dedicato .

Un altro elemento importante è il non detto.
Quando la storia del concepimento rimane un segreto, questo può influenzare l’inconscio familiare. Raccontare al bambino la sua storia, quando è pronto, con amore e rispetto, gli permette di avere accesso alle proprie radici.

Una domanda frequente è: perché sempre più persone faticano ad avere figli?
Lo stile di vita ha certamente un ruolo, ma dal punto di vista sistemico spesso emergono anche dinamiche più profonde.

Quando un figlio non arriva, può esserci un insieme di fattori visibili e invisibili che devono essere presi in considerazione.

A livello sistemico possono emergere, ad esempio:

  • paure ereditate legate a perdite traumatiche di bambini nelle generazioni precedenti;
  • esperienze di violenza o abuso vissute dalle donne del sistema;
  • traumi legati a guerre, lutti, separazioni, o eventi mai elaborati o di cui non si è mai parlato

A volte queste dinamiche, anche se non conosciute consapevolmente, possono lasciare una traccia nel sistema familiare.

Per rendere più concreti questi aspetti, possiamo immaginare alcune possibilità:

  • in una storia familiare in cui ci sono state perdite traumatiche di bambini (nelle generazioni precedenti), può rimanere una paura profonda e invisibile legata al dare la vita, come se a livello inconscio emergesse un “meglio non rischiare”;
  • in sistemi segnati da eventi estremi, come guerre o violenze, possono esserci storie non dette o mai elaborate che continuano a influenzare le generazioni successive;
  • in contesti in cui le donne hanno vissuto abuso, paura o mancanza di sicurezza nella relazione con l’uomo, il corpo può inconsciamente non sentirsi in uno spazio sicuro per accogliere una gravidanza.

Queste non sono regole né spiegazioni assolute, ma possibili letture che aiutano ad ampliare lo sguardo.

Talvolta, queste dinamiche possono manifestarsi anche a livello corporeo, come segnali che invitano ad ascoltare più in profondità.

Spesso sono le donne a cercare aiuto, ma è importante ricordare che la difficoltà può appartenere alla coppia o alla linea paterna che fa parte del sistema.

In alcuni casi ho suggerito di dare priorità alla relazione di coppia prima di diventare genitori. Anche quando le condizioni non sono ideali, la consapevolezza offre sempre la possibilità di lavorare nel tempo.

Diventare genitori non significa solo avere un figlio, ma esserci davvero.

Viviamo in una società in cui molti bambini sono fortemente desiderati, ma poi poco ascoltati.
Genitori spesso assenti, presi dal lavoro o dal telefono, lasciano bambini che cercano attenzione attraverso comportamenti difficili.

Molti bambini nascono da adulti che portano dentro un vuoto non riconosciuto.
Per questo lavorare su di sé non è un lusso, ma una responsabilità.

Lavorare su di sé è un atto d’amore verso i propri figli, verso le generazioni future e verso la vita.
Non è mai troppo tardi per iniziare.

E lascio una riflessione aperta, un invito a guardare più in profondità:
spesso le persone più consapevoli sono anche quelle che si interrogano di più sulla responsabilità di diventare genitori.

Migena Kadena

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